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"Viaggio in
Sicilia"...
Guy de Maupassant
[..]La Sicilia ha avuto
la fortuna d’essere stata posseduta, volta a volta,
da popoli fecondi, venuti ora dal Nord ora dal Sud,
i quali hanno costellato il suo territorio d’opere
infinitamente varie, in cui convergono, in modo seducente
e inatteso, gli influssi più distanti.
Ne è nata un’arte speciale, sconosciuta
altrove, in cui domina certo l’influenza araba,
incalzata dai ricordi greci e perfino egizi, in cui
la severità dello stile gotico, introdotto dai
Normanni, vengono mitigate dalla scienza mirabile della
decorazione bizantina.
Da due prospettive la Sicilia dovrebbe
attrarre il viaggiatore, giacché le sue bellezze
naturali e quelle artistiche sono davvero ragguardevoli
e singolari.
E’ l’isola che accende, ogni sera, sopra
il mare, la lampara terribile dell’Etna.
Ma quel che ne fa una terra essenziale a vedersi e unica
al mondo è anzitutto il suo apparire, da un capo
all’altro, come un curioso e divino museo di architetture.
Quando si sono visti questi monumenti che, pur appartenenti
a epoche e origini diverse, possiedono un medesimo carattere,
un natura identica, si può dire che non sono
né gotici, né arabi, né bizantini,
ma siciliani; si può affermare che esiste un’arte
siciliana, uno stile siciliano, sempre riconoscibile,
che fra gli stili dell’architettura è certo
il più attraente, il più vario, il più
colorato, il più ricco d’inventiva.
E’ ugualmente in Sicilia che si scorgono i modelli
più grandiosi e compiuti dell’antica architettura
greca, in seno a paesaggi indicibilmente belli.[..]
Parsifal. [..] Rientro
lentamente all’albergo delle Palme.. un viaggiatore,
seduto su una panca, mi racconta i fatti memorabili
dell’anno. Poi risale a vicende più lontane,
lasciando cadere in ultimo queste parole: "erano
i tempi in cui Wagner abitava qui".
Mi meraviglio: "Come qui, in quest’albergo?"
- "Ma si! E’ qui che ha scritto le ultime
note del Parsifal e che ne ha corretto le bozze".
Volli vedere l’appartamento occupato da quel geniale
musicista, giacché mi sembrava che avesse dovuto
lasciarvi qualcosa di suo, e che avrei ritrovato..
Sulle prime, altro non vidi che un bell’appartamento
d’albergo. Mi indicarono i cambiamenti che egli
vi aveva apportato, mi mostrarono, proprio in mezzo
alla stanza, lo spazio del divano dove egli ammucchiava
vistosi tappeti ricamati d’oro.
Aprii a quel punto la porta dell’armadio a specchio.
E un profumo delizioso e acuto mi pervase, come il tocco
lieve d’una brezza che fosse passata su un roseto.
Il padrone dell’albergo che mi guidava mi disse:
"Qui dentro egli custodiva la biancheria dopo averla
bagnata con essenza di rose. Ormai, quest’odore
non andrà più via".[..]

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La cattedrale
di Monreale.
[..]L’interno di questo monumento mostra
ciò che si può vedere di più completo,
di più ricco e impressionante negli ambiti della
decorazione a mosaico su sfondo d’oro.
Tali mosaici, i maggiori in Sicilia, ricoprono interamente
i muri, recanti una superficie di 6400 metri quadrati.
Figuratevi queste superbe e imponenti decorazioni che
illustrano, in tutta la chiesa, la storia favolosa dell’Antico
testamento, del Messia e degli Apostoli.
Sul cielo d’oro che apre, attorno alle navate,
un orizzonte fantastico, risaltano, più grandi
del naturale, i profeti che annunziano Dio, il Cristo,
e quelli che vissero intorno a lui.
In fondo al coro, una figura immensa di Gesù,
somigliante a Francesco I, domina la chiesa intera,
sembra riempirla e soverchiarla, tanto è possente
ed enorme.
Nei pressi della Cattedrale, si entra poi nell’antico
chiostro dei benedettin.
Chi ama i chiostri vada a passeggiare in questo, e scorderà
quasi tutti quelli che ha già visitato..
Sembrano creati proprio per indurre alla meditazione,
questi viali di pietra, questi viali di esili colonne
attorno un giardinetto che riposa lo sguardo senza trascinarlo
altrove, senza distrarlo.
Il meraviglioso chiostro di Monreale crea nell’intimo
una tale sensazione di grazia che verrebbe a restarci
quasi all’infinito. [..]

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Etna.
[..]La bestia è calma. Dorme nel fondo. Solo
un fumo denso sale dall’incredibile camino, altro
3312 metri. Le vedute intorno, sono ancora più
strane.
Tutta la Sicilia è avvolta da brume che si fermano
sulle coste, velando solo la terra, e noi siamo sospesi
in pieno cielo, in mezzo ai mari, su un monte prodigioso
uscito dalle nuvole. Tanto in alto che lo stesso Mediterraneo,
che si estende a perdita d’occhio, sembra essere
cielo. L’azzurro ci avvolge quindi da ogni parte.
Propagandosi sulle nostre teste, sotto i nostri piedi,
dappertutto.
Ma, a poco a poco, le nubi sparse sull’isola s’alzano
intorno a noi, chiudendo presto l’immenso vulcano
in un abisso bianco. Siamo ora, a nostra volta, nel
fondo di un cratere, un cratere di nuvole, da cui non
si scorge altro, guardando in alto, che il firmamento
azzurro.
Attendiamo il sorgere del sole che appare dietro le
coste calabre. Esse estendono la loro ombra sul mare,
fino alle pendici dell’Etna, il cui profilo scuro
e smisurato copre la Sicilia intera col suo enorme triangolo,
che si dilegua con il salire lento dell’astro.
Si rivela allora un panorama di oltre 400 chilometri
di diametro e 1300 di circonferenza, con a Nord l’Italia
e le isole Lipari, i cui due vulcani sembrano salutare
il padre; poi, nell’esatto Sud, Malta, che si
scorge appena. Le navi ormeggiate nei porti siciliani
paiono, ovviamente, insetti sopra il pane. [..]

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La Venere di
Siracusa. [..]Tante
persone traversano continenti per raggiungere luoghi
di culto e di miracoli; io, ho portato le mie devozioni
alla Venere di Siracusa!
Nell’album d’un viaggiatore, avevo visto
la fotografia di tale sublime femmina di marmo, e me
ne innamorai, come ci si innamora di una donna. Fu per
lei, forse, che mi decisi al viaggio; parlavo e sognavo
di lei in ogni istante, prima ancora d’averla
veduta.
Varcando la soglia del museo, la scorsi in fondo un
sala, bella come l’avevo immaginata. Le manca
la testa, non possiede un braccio; eppure, giammai una
figura umana mi è apparsa più stupenda
e fascinosa.
Non è affatto la donna dei poeti, la donna favoleggiata,
la donna divina o maestosa, come la Venere di Milo,
è la donna tale com’è, come la si
ama, come la si desidera, come la si vuole stringere.
E’ prosperosa, col seno florido, l’anca
robusta e la gamba vigorosa; è una Venere carnale
che quando la si vede, in piedi, è naturale immaginarla
coricata.
Il braccio perduto celava i seni; con la mano rimasta
solleva un panno col quale copre, con grazia, i fascini
più intimi. Tutto il corpo è fatto, ideato,
inclinato per questo movimento, tutte le linee vi confluiscono,
tutto il pensiero vi concorre. Questo gesto semplice
e naturale, pregno di pudore e di sensualità,
che nasconde e mostra, che vela e svela, che attrae
e allontana, sembra definire tutti i caratteri della
donna sulla terra.
Il marmo è vivo. Lo si vorrebbe carezzare, con
la sicurezza che cederà sotto la mano, come la
carne. Le reni soprattutto sono animate e belle fino
ll’indicibile. Scorre in tutto il suo fascino
la linea sinuosa e piena del dorso femminile che va
dalla nuca ai talloni, e che, nel contorno delle spalle,
nelle rotondità calanti delle cosce e nella tenue
curva del polpaccio assottigliato fino alle caviglie,
rivela tutte le modulazioni della grazia umana.
Un’opera d’arte si mostra superiore quando
è, nel medesimo tempo, il simbolo e l’espressione
esatta d’una realtà. La Venere di Siracusa
è una donna, ed è pure il simbolo della
carne. Mentre usciamo, rivolgo ancora a quei fianchi
di marmo l’ultimo sguardo, quello che si lancia
dalla porta alle persone amate negli istanti dell’addio.[..]

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Selinunte. [..]Cumulo
immenso di colonne rovinate al suolo, ora cadute fianco
a fianco, allineate come soldati morti, ora precipitate
malamente e disseminate in un desolante caos.
Tali rovine di templi giganteschi, le più vaste
in Europa, riempiono una pianura intera e ricoprono
pure una collina, in fondo. Costeggiano la riva, un’ampia
riva di sabbia pallida, in cui vediamo arenate alcune
barche, ma non riusciamo a scorgere le dimore dei pescatori.
L’informe cumulo di pietre può interessare,
comuque, solo gli archeologi o gli animi poetici, legati
a ogni traccia del passato.[..]

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Segesta. [..]Il
tempio si alza maestoso con le sue trentasei colonne
doriche, sull’esteso drappeggio verde che fa da
fondale al monumento, l’unico edificato nella
campagna interminata.
Quando si contempla questo paesaggio semplice e suggestivo,
si sente che lì, soltanto lì, si poteva
costruire un tempio greco. I maestri decoratori che
insegnarono l’arte all’umanità, dimostrano,
in Sicilia soprattutto, quale scienza profonda e raffinata
essi avessero dell’effetto e della scena. Quello
di Segesta sembra essere stato posto ai piedi della
montagna da un uomo di genio che aveva avuto la rivelazione
dell’unico punto in cui lo si doveva costruire:
animando da solo l’immensità del paesaggio,
che ne esce vivificato e divinamente bello.
Quando si visita un paese che i Greci hanno abitato
o colonizzato, basta cercare i loro teatri per scoprire
le vedute più belle.
Si edificavano i loro templi proprio nel luogo dove
potessero procurare il maggior effetto e meglio ornare
l’orizzonte, collocavano, al contrario, i teatri
nel punto esatto da cui gli sfondi potessero commuovere
di più.
Quello di Segesta, in vetta a una montagna, si pone
al centro d’un anfiteatro di monti recante un
perimetro di almeno 150-200 Km. Altre cime si scorgono
poi in lontananza, alle spalle delle prime. Sull’ampia
baia di fronte, infine, fra le alture verdi, appare
il mare azzurro.[..]

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Teatro
di Taormina. [..]A un uomo che dovesse passare
un solo giorno in Sicilia e chiedesse:"Cosa bisogna
vedere?", risponderei senza esitare:"Taormina".
E’ solamente un paesaggio, ma un paesaggio che
possiede tutto quel che sulla terra serve per sedurre
gli occhi, la fantasia, la mente.
Il Teatro greco di Taormina è così superbamente
posto che non può esistere nel mondo intero un
altro luogo a esso assimilabile.
Oggi, esistono popoli capaci di fare cose simili? Esistono
uomini in grado di edificare, per il piacere dei loro
simili, opere come queste?
Gli uomini di un tempo avevano occhi e anima differenti
dai nostri, giacché nelle loro vene, col sangue,
scorreva qualcosa che non esiste più: l’amore
e la devozione per il bello.[..]
Girgenti.
[..]Sul crinale d’un costone lungo, pietroso,
interamente nudo e rosso, d’un rosso rutilante,
senza un filo d’erba, senza arbusti, e dominante
il mare, la spiaggia e il porto, tre superbi templi
slanciano, visti dal basso, le loro enormi sagome di
pietra su un abbacinante cielo blu.
Paiono eretti nell’aria, entro un paesaggio imponente
e desolato. Tutt’intorno, dietro e davanti a essi,
tutto è morto, arido e giallo.
Seduti ai bordi della strada che corre ai piedi del
sorprendente colle, si rimane a vagheggiare dinanzi
a tali ricordi del più grande popolo di artisti.
E come avere davanti a sé l’intero Olimpo:
quello di Omero, di Ovidio, di Virgilio; quello degli
dei fascinosi, carnali e appassionati come noi, che
interpretavano poeticamente il nostro sentire più
profondo, i sogni della nostra mente, gl’istinti
dei nostri sensi.
E’ l’antichità tutta che si eleva
in questo cielo antico. Un’emozione forte e mai
provata v’invade, assieme al desiderio di onorare
queste nobili memorie lasciate dai maestri dei maestri.[..]

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Cappella Palatina.
[..]Un desiderio agitava la mia mente il giorno dell’arrivo.
Volevo vedere la cappella Palatina, che mi avevano descritto
come meraviglia delle meraviglie.
La cappella Palatina, la più bella che esista
al mondo, il più stupendo gioiello religioso
vagheggiato dal pensiero umano e eseguito da mani d’artista…
Quando si entra nella cappella, si rimane dapprima incantati
come davanti a un fatto sorprendente di cui si avverte
la grandiosità prima ancora d’averla compresa.
La bellezza colorata e calma, penetrante e irresistibile
di questa piccola chiesa che è il capolavoro
più grande che si possa immaginare, vi lascia
smarriti davanti a quei muri coperti di immensi mosaici
a fondo d’oro, carezzati da un chiarore dolce
che illumina l’intero monumento d’una luce
tenue, conducendo tosto il pensiero in paesaggi biblici
e divini in cui si vedono, ritti in un cielo di fuoco,
tutti coloro che furono partecipi alla vicenda dell’Uomo-Dio.
A rendere così intensa l’impressione prodotta
dai monumenti siciliani è il fatto che, alla
prima occhiata, commuove di più l’arte
della decorazione che non quella dell’architettura,
giacché l’armonia delle linee e delle proporzioni
non è che una cornice all’armonia delle
sfumature.[..]

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I papiri.
[..]Salgo in barca per andare a salutare, dovere di
scrittore, i papiri dell’Anapo.
Traversiamo il golfo da un bordo all’altro e scorgiamo,
sulla riva levigata e brulla, la foce d’un minuscolo
fiume, quasi un ruscello, in cui c’inoltriamo.
Ecco le canne, che al nostro passaggio si gualciscono,
si curvano e si rialzano. Poi l’Anapo si separa
dall’antico Ciane, suo affluente. Procediamo fra
le rive servendoci di un’asta. Il ruscello scorre
sinuoso fra i paesaggi lindi e suggestivi. Infine appare
un’isola, piena di strani arbusti. Gli steli deboli
e triangolari, alti da nove a dodici piedi, recano in
cima ciuffi tondi di fibre verdi, lunghe, esili e soffici
come capelli. Si direbbero delle teste umane divenute
piante, gettate nell’acqua sacra della sorgente
da uno degli dèi pagani che vivevano lì
un tempo. E’ il papiro antico, che i contadini
chiamano parrucca.
Eccone altri più lontano, un intero bosco. Fremono,
mormorno, si chiamano, si urtano, mischiano le loro
fronti lanose, sembrano parlare di cose remote e oscure.
Non è curioso forse che l’arbusto venerabile,
che ci consegnò il pensiero dei morti, che fu
custode del genio umano, tenga, sul suo corpo esile
di arboscello, una larga criniera fluente e rigogliosa,
simile a quella dei poeti?[..]
Cimitero dei
Cappuccini. [..]La terra su cui si eleva il convento
dei cappuccini possiede la singolare proprietà
di attivare la dissoluzione dei corpi a un punto tale
che in un anno non resta più nulla sulle ossa,
se non un po’ di pelle nera rinsecchita, incollata,
che conserva, talora i peli della barba e delle gote.
Si chiudono le bare in piccole tombe laterali, contenenti
otto o dieci morti, e finito l’anno, si apre la
cassa da cui si ritira la mummia: orrida, barbuta, convulsa,
che sembra urlare, come travagliata da indicibili dolori.
La si appende poi in una delle gallerie principali,
dove la famiglia viene di tanto in tanto a visitarla.
Coloro che volevano essere conservati con tale metodo
di disseccamento, lo richiedevano prima della morte,
e i virtù del compenso annuo versato dai parenti.
Se i parenti cessavano poi di pagare, il defunto viene
sepolto alla maniera usuale.
Alcuni sono appesi fianco a fianco, altri coricati.
Alcune sono corrose da muffe che deformano ancor più
mascelle e ossa, altre conservano i capelli…Alcune
guardano in alto, con le loro orbite vuote, alcune in
basso; eccone che sembrano ridere atrocemente, eccone
che si contorcono dal dolore; tutte appaiono paralizzate
da un inenarrabile spavento.
Alito di Dio.[..]Il
mosaico che occupa il fondo della cappella laterale
di sinistra è un quadro commovente. Esso raffigura
san Giovanni che predica nel deserto.
L’apostolo reca accanto alcune persone. Dietro
di lui, il deserto e, proprio in fondo, delle montagne
tenuemente blu, di quelle dalle linee dolci e perse
nella bruma che ben conoscono tutti coloro che traversano
l’Oriente.
Al di sopra del santo, attorno a lui e dietro, un cielo
d’oro, un vero cielo da miracoli, in cui pare
di avvertire l’alito di Dio.[..]
Brani tratti
da "Viaggio in Sicilia" di Guy de Maupassant
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